Antonio G. Calafati

INTERSEZIONI

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L’Unione Europea, la Turchia e gli Stati Uniti

pubblicato su www.lavitapubblica.it

L’allargamento dell’Unione Europea alla Turchia – se avverrà – segnerà il definitivo sfaldarsi del «progetto europeo». Chi sostiene che la Turchia debba entrare nell’Unione Europea o non ha capito che cosa è il «progetto europeo» oppure desidera il suo definitivo sfaldamento, ritenendo l’Unione Europea un’istituzione superflua (o, persino, un ostacolo alla costruzione del «mercato globale», in questo cammino verso un «mondo nuovo»). Gli Stati Uniti desiderano la dissoluzione dell’Unione Europea, e molti analisti, politici e imprenditori europei ugualmente. Se si andasse oltre la retorica europeista, si riuscirebbe a vedere, senza grandi difficoltà, lo scontro politico che dalla metà degli anni Novanta è in atto intorno al «progetto europeo», agli obiettivi e alla struttura dell’Unione Europea. E gli Stati Uniti (e la NATO ) sono un attore protagonista di questo scontro – con intenti così chiari.

L’Unione Europea è un progetto di integrazione sociale ed economica; ma è, anche, un sistema di obiettivi che delinea un modello di economia e di società e di relazioni economiche. E per definire e ri-definire i suoi obiettivi politici, e per progettare e attuare le politiche pubbliche, l’Unione Europea si è costruita nel tempo, a partire dalla sua nascita nel 1960, come un sistema di regolazione economica – soprattutto di regolazione dei fondamenti giuridici dell’economia, da una parte, e della distribuzione territoriale del benessere economico, dall’altra. Ma a metà degli anni Novanta è iniziata la de-costruzione dell’Unione Europea, proprio quando dopo il trattato di Maastricht (1992) l’obiettivo concretamente perseguito della «moneta unica europea» sembrava segnare il definitivo consolidamento del «progetto europeo». A guardare bene, il «progetto europeo» è da alcuni anni in bilico e solo prospettare come fatto certo l’entrata della Turchia rischia di farlo crollare.

L’adesione della Turchia all’Unione Europea è «impossibile». Un sistema di regolazione economica – che è anche un modello sociale – che non definisce i propri confini, oltre ad essere moralmente criticabile è anche praticamente insostenibile. L’Unione Europea che non è ancora riuscita a metabolizzare l’allargamento ad Est – e che deve ancora affrontare l’ovvia e naturale integrazione dei paesi dei Balcani – non potrebbe certo incorporare un Paese con un peso politico, geo-politico ed economico come la Turchia. La Turchia costituirebbe un ampliamento di dimensioni enormi, maggiore di quello che si è avuto accogliendo tutti i paesi dell’Europa centrale e orientale dopo la caduta del «Muro di Berlino» (1989) messi assieme. Con una popolazione di circa 73 milioni di abitanti sarebbe già ora il secondo paese dopo la Germania (unificata) – e si stima che nel 2030 la sua popolazione supererà i 90 milioni. La sua entrata modificherebbe alla radice l’interazione politica, che nel progetto europeo si fonda, occorre sempre ricordarlo, sugli stati nazionali, e che si esprime nel ruolo determinante del Consiglio dell’Unione Europea.

Rispetto alla «coesione sociale» e alla «politica agricola» pilastri fondamentali del «progetto europeo», l’adesione della Turchia porrebbe problemi insolubili: da sola, ai parametri attuali, assorbirebbe molte più risorse di quelle necessarie – e che non si è ancora riusciti a trovare del tutto – per i Paesi che hanno aderito negli ultimi anni. L’ampliamento del Bilancio che l’Unione Europea non è riuscita a compiere per fronteggiare i dis-equilibri territoriali dell’Europa a 27 non sarà certo possibile per la Turchia. Ma se si indeboliscono queste politiche svanisce gran parte del senso (economico) del «progetto europeo». (E in effetti, per gli anti-europeisti i «fondi strutturali» – le politiche per l’equilibrio territoriale – sono qualcosa da eliminare al più presto).

L’Unione Europea collasserà come conseguenza di altri ampliamenti. In effetti, non è difficile far collassare un sistema mutandone in modo incongruo la sua struttura, le relazioni tra i suoi elementi. Non è difficile neanche farlo collassare assegnando ad esso compiti incongrui, chiedendogli prestazioni che non può dare. Il dibattito ricorrente sull’adesione della Turchia (come anche dell’Ucraina), quel dare per scontato e ineluttabile un evento impossibile, segnala soltanto una cosa: quanta influenza politica (e, ovviamente, mediatica) hanno assunto in Europa coloro che voglio de-costruire l’Unione Europea.

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Asimmetrie informative

pubblicato in www.lavitapubblica.it

Negli ultimi venti anni, gli anni del neo-liberismo, gli economisti hanno dedicato molta attenzione al funzionamento dei mercati finanziari, in particolare alla «gestione della ricchezza finanziaria» – a come massimizzarne il rendimento. L’«innovazione finanziaria» – l’introduzione di nuovi modi di detenere ricchezza – e la deregolamentazione – minori vincoli istituzionali alla negoziazione dei titoli – sono stati il punto focale di questo interesse. E l’esaltazione della «perfezione» dei mercati finanziari – modello di ogni altro mercato – è stato il leitmotiv del discorso pubblico su questo tema.

In pochi anni, tutti i timori che gli economisti liberali (non gli economisti marxisti!) avevano sul funzionamento dei mercati finanziari, sul fatto che essi potessero trascinare il capitalismo lungo un sentiero instabile e regressivo, si sono dissolti. Svolte teoriche che erano soltanto riciclaggi (ideologicamente orientati) di teoremi economici senza alcun significato, sostenute da un conformismo figlio della normalizzazione della pratica scientifica, hanno aperto la strada verso una «nuova interpretazione». L’illusione dell’efficienza dei mercati finanziari – resa sempre maggiore dall’«innovazione finanziaria» e da «algoritmi di calcolo» più raffinati – ha conquistato le democrazie occidentali. D’altra parte, ci si deve sentire così intelligenti (e soddisfatti di sé) contemplando, alla fine dell’anno, un guadagno in «conto capitale», frutto di una «azzeccata speculazione» o di una «attenta gestione della ricchezza finanziaria». Nella «società del rischio», variante (post-moderna e mitigata) del capitalismo, i mercati finanziari sono diventati l’ambito relazionale nel quale esprimere l’innata vocazione mercantile (e chissà come si sentono ora, quando guardano le quotazioni dei loro titoli, gli improvvisati mercanti delle democrazie occidentali).

Gran parte della ricerca sul funzionamento dei mercati finanziari condotta in questa anni più che scienza è stata pratica ideologica (a volte per manifesta insipienza dei partecipanti al gioco, a volte per calcolo consapevole). Ma era chiaro sin dall’inizio quale strada si stesse percorrendo – e quale fosse il gioco (di potere economico) che si stava allestendo alla scala globale. Non occorreva avere compreso la lezione di John M. Keynes o aver riflettuto sui lavori di Hyman. Minsky: sarebbe stato sufficiente osservare e pensare. Ma il conformismo e l’ideologia non hanno lasciato vie d’uscita, e si sono sentiti persino canti di lode ai «centri finanziari off-shore», perché lì si sperimentavano e mettevano a punto le innovazioni finanziare che poi sarebbero state utilizzate nei mercati finanziari regolari. A beneficio di tutti. Tutto era ammesso – anche l’illecito – se apriva la strada a mercati efficienti.

Ciò che in questi anni si è messo a punto nei centri finanziari off-shore – ma anche nei nostri meno esotici «laboratori borsistici» –, oltre agli strumenti per completare lo svuotamento delle basi economiche degli stati nazionali, sono stati gli strumenti finanziari che permettevano di aumentare a dismisura le «asimmetrie informative», e che hanno fatto cadere nella trappola milioni di investitori, che hanno visto la loro ricchezza finanziaria inesorabilmente ridursi, in qualche caso svanire. Ciò che si sono messi a punto sono stati gli strumenti che hanno permesso contrattazioni falsate, scambi ineguali basati su una conoscenza profondamente diversa da parte dei contraenti degli esiti dei contratti.

Ma – e questo è il punto sul quale si dovrebbe riflettere, perché ha un significato molto profondo – la conoscenza imperfetta nel momento dello scambio è un carattere costitutivo del capitalismo moderno, della «società della conoscenza». La complessità dei sistemi relazionali, artificialmente costruita attraverso l’innovazione istituzionale, determina una straordinaria differenza di «conoscenza rilevante». Mentre si celebrava ideologicamente la loro perfezione, i mercati finanziari sono stati negli ultimi due decenni tanto imperfetti come mai lo erano stati nella storia del capitalismo. D’altra parte, il grado di perfezione dei mercati – come in economia si è sempre saputo, da Adam Smith ad Amartya Sen – dipende anche dai «codici morali» degli individui: ad esempio, dalla disponibilità ad utilizzare a proprio favore le asimmetrie informative (e i falsi in bilancio). Non dipende soltanto dalla meccanica dei contratti. E quali siano stati i codici morali che hanno prevalso nel capitalismo degli anni del neo-liberismo è evidente.

Ma da economisti (e giornalisti economici e politici) che per conformismo, interesse o ideologia hanno innalzato inni all’innovazione finanziaria e alla speculazione, che hanno classificato come «perfetti» mercati «profondamente imperfetti», che cosa ci si può aspettare che dicano oggi – dopo ciò che hanno detto ieri? Appunto, che invochino, ora, un «nuovo ordine internazionale». Ma non era questo il nuovo ordine che hanno cercato, trovato e quotidianamente esaltato?

(Sarà difficile che qualcosa muti, che si realizzi un cambiamento. Nella «società del rischio» sono troppo elevati i vantaggi che le élite economiche e politiche possono trarre dalle imperfezioni dei mercati finanziari. Sarà un cammino lungo, e incerto.)

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Negazionisti

pubblicato in www.lavitapubblica.it

In Italia le redazioni di due importanti quotidiani nazionali – “Il Giornale” e “Libero” – si distinguono nel negare il fenomeno del riscaldamento dell’atmosfera. Lo negano con determinazione, fino all’irrisione di chi invece lo sostiene. E chi lo sostiene è l’intera comunità scientifica mondiale – e chi ha iniziato a prendere misure per contrastarlo sono praticamente tutti i governi europei – e gran parte dei governi del mondo. Ma per le redazioni de “Il Giornale” e “Libero” – e, forse, anche per i loro lettori (soprattutto del Nord) – si tratta di una sciocchezza, di un’idiozia.

Quali meccanismi possono generare una presa di posizione così insensata?  Non è facile rispondere a questa domanda – e non intendo neanche provarci. Non è facile perché i quotidiani sono delle organizzazioni e quando escono articoli, magari in prima pagina, che ritornano sullo stesso tema proponendo la stessa opinione chi fallisce è una organizzazione, un’intera redazione in questo caso (o, almeno, l’intera struttura che dirige l’organizzazione). E questo è, ovviamente, tanto più vero quanto più si tratta di un tema rilevante, perché su un tema rilevante si pone più attenzione. Come un’organizzazione – non semplicemente un singolo individuo – possa giungere a sostenere e a mantenere una tesi priva di ogni fondamento richiede un’analisi specifica. I “blocchi cognitivi” di un’organizzazione sono una cosa molto diversa dai blocchi cognitivi di un individuo.

Ma c’è un altro tema sul quale la vicenda dei negazionisti italiani costringe a richiamare l’attenzione: la qualità del discorso pubblico in Italia. Perché gli articoli negazionisti che “Il Giornale” e “Libero” dedicano al riscaldamento dell’atmosfera non sono criticati con evidenza sulle pagine degli altri quotidiani che sembrano avere una posizione diversa? Di fatto essi sono ignorati, come se i giornalisti di questi quotidiani non meritassero neanche di essere presi seriamente. E non nasce una discussione pubblica, alla fine della quale le ipotesi in discussione sono falsificate, i blocchi cognitivi superati, assieme.

Gli editorialisti de “Il Giornale” e “Libero” negano senza argomentare, gli editorialisti degli altri quotidiani non argomentano contro, non provano a mostrare dove si sbaglia (clamorosamente) nel negare il riscaldamento dell’atmosfera. Nel discorso pubblico italiano, nel giornalismo italiano, sembra essere solo una questione di opinioni e tutte le opinioni hanno il diritto di circolare. Ma questo è drammaticamente sbagliato.

Non è vero che tutte le opinioni hanno il diritto di circolare. Tutte le opinioni hanno il diritto di entrare nel discorso pubblico. Ma quando esse hanno la natura di ipotesi, hanno il diritto di essere poi discusse collettivamente, per provare o corroborarle: hanno il diritto di essere, infine, accettate o rifiutate. Nel discorso pubblico italiano non si argomenta più, non si discute criticamente – e il valore delle opinioni discende dal potere di chi le afferma. Accettare o rifiutare un’ipotesi sembra essere un gioco strategico all’interno di una rete relazionale. Si può oramai affermare di tutto all’interno dello stesso recinto ideologico.

In un Paese nel quale ci fosse un’opinione pubblica la posizione negazionista de “Il Giornale” e “Libero” sarebbe diventata subito insostenibile, sommersa da argomentazioni che ne mostravano l’inconsistenza. In Italia viene trascurata, lasciando che essa alimenti ignoranza e assenza di pensiero. Ma è un fatto generale: se si guarda bene ci sono negazionisti ovunque nel panorama giornalistico italiano, tra gli attori del discorso pubblico: ci sono cioè analisti e organizzazioni che negano l’evidenza, che rifiutano gli strumenti della logica, le procedure di falsificazione, il pensiero in definitiva.

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12 dicembre 2008

Città in Italia

pubblicato su la Vita Pubblica

Nella «politica di coesione» dell’Unione Europea le città sono diventate, a partire dalla metà degli anni Novanta, unità territoriali fondamentali. Fino a quel momento le regioni – e non le città – erano state le unità di riferimento della politica territoriale (e di coesione). Ma gli effetti locali della globalizzazione, già evidenti, imponevano un’interpretazione del territorio europeo ancorata alla dimensione funzionale e non amministrativa. E da questa prospettiva le città apparivano, inequivocabilmente, i «motori» dello sviluppo regionale e nazionale (ed europeo).

Con la comunicazione “Verso un’agenda urbana nell’Unione Europea” (1997) è iniziata una fase di riflessione sugli effetti dell’internazionalizzazione dell’economia sulle città – e, allo stesso tempo, ha preso forma una nuova generazione di politiche urbane. Le trasformazioni strutturali necessarie per compensare i processi di de-industrializzazione e il rispetto del vincolo della sostenibilità ambientale del processo economico cominciano a essere esaminate esplicitamente con riferimento a un “modello di città europea” – modello che sembra voler recuperare l’utopia urbana che a partire dalla categoria di polis attraversa tutta la storia europea fino a costituirne uno degli elementi caratterizzanti. Proprio quando l’internazionalizzazione dell’economia mette in discussione la stabilità economica e sociale delle città – sistemi territoriali nei quali vive il 70-80% della popolazione europea – l’Unione riscopre le «città» e il «policentrismo».

Per i Paesi dell’Unione Europea questo cambiamento di prospettiva era una sfida: imponeva un ripensamento profondo nella sfera della ricerca e dei processi decisionali. E ciascun Paese ha reagito a suo modo. Emblematico,ad esempjio, il percorso che si è avviato in Inghilterra come reazione al delinearsi, sullo sfondo del processo di globalizzazione, di una “questione urbana”. Nel 2000 la Urban Task Force istituita dal Governo due anni prima (e guidata da Richard Rogers), produce un “libro bianco” sulle città nel quale si identificano «linee guida» che negli anni successivi conducono rapidamente a innovative politiche di riqualificazione urbana. E già nel 2005 la stessa Urban Task Force conduce una riflessione ex-post sulle politiche urbane degli anni precedenti, fissando obiettivi ancora più ambizioni sul piano della coesione sociale, della sostenibilità ambientale e della qualità fisica degli insediamenti. Nel 2006 il Governo pubblica un esteso e approfondito “Rapporto sullo stato delle città inglesi”, che diventa un modello di analisi comparata delle città. Il “Rapporto” descrive i profondi mutamenti nella struttura delle città inglesi e i risultati ottenuti dalle politiche urbane degli anni precedenti e, allo stesso tempo, ridefinisce il punto di partenza della riflessione teorica e pratica sulle città. E il Regno Unito si trova in una fase di vero e proprio «rinascimento urbano».

Emblematico, per ragioni opposte, il percorso dell’Italia. Smantellato poco dopo la sua tempestiva istituzione, alla fine del 1997, il Dipartimento Aree Urbane presso la Presidenza del Consiglio, la “questione urbana” si radicalizza negli ultimi dieci anni nell’assenza di un progetto per le città, in assenza di qualsiasi interesse per il loro stato, per la loro traiettoria evolutiva. Le drammatiche trasformazioni strutturali – con i loro effetti sulla coesione sociale, sulla qualità urbana, sulla democrazia – di città come Napoli, Palermo, Catania, Taranto, Bari compaiono solo occasionalmente nel discorso pubblico. E quando vi compaiono non è per la dimensione strutturale dei dis-equilibri, bensì per una presunta eccezionalità dell’evento in discussione, di volta in volta generato da una storia troppo lunga o troppo breve. Ma in generale praticamente tutte le città italiane – con qualche eccezione, certo – seguono da alcuni decenni le loro traiettorie evolutive nel generale disinteresse della comunità scientifica, dei decisori pubblici, dell’opinione pubblica.

La conoscenza dello stato delle città – dei mutamenti strutturali in corso, dei dis-equilibri presenti e potenziali, degli effetti economici e sociali della globalizzazione – è un esercizio che i Governi italiani degli ultimi anni hanno ritenuto assolutamente inutile promuovere. Il tema fondamentale della sostenibilità ambientale degli insediamenti urbani continua a essere completamente ignorato. Il tema, altrettanto fondamentale, della coesione sociale all’interno di ciascuna città è ignorato nelle sue cause quanto utilizzato, all’occasione, per alimentare il sensazionalismo che caratterizza la società italiana in questi anni. E dalla fine degli anni Novanta le maggiori città italiane – certo, con qualche eccezione – stanno seguendo una visibile traiettoria involutiva i cui esiti, in molti casi, possono essere definiti “drammatici”. In nessun paese europeo la “questione urbana” si presenta, oggi, in forme così gravi come in Italia – d’altra parte, in nessuno paese europeo le città sono state abbandonate a se stesse: senza governo, senza cura, senza pensiero.

E dieci anni di ritardo nella formulazione di un progetto per le città non devono sembrare tanti, perché dell’intenzione di definire un’agenda urbana non c’è in Italia ancora alcun segno. L’ideologia del territorio, evidentemente, ci ha fatto definitivamente credere che l’Italia possa fare a meno di città efficienti – come se, a guardare bene, non siano state le città che hanno guidato lo sviluppo economico italiano dagli anni Cinquanta fino agli anni Ottanta.

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30 novembre 2008

Un fallimento morale

pubblicato su la Vita Pubblica

La comunità scientifica internazionale ha raggiunto un unanime consenso sui disastrosi effetti che l’aumento della temperatura media, causato soprattutto dalle emissioni di CO2, avrà sulla vita sulla terra nei prossimi cento anni.  Ma in Italia la tragicità di questo scenario si riflette solo marginalmente nel discorso pubblico e i Governi che si sono succeduti negli ultimi dieci anni non sono stati capaci di fare neanche i primi passi nella direzione di una rilevante riduzione delle emissioni di CO2. La società italiana nel suo complesso sembra rifiutarsi di riflettere seriamente e pragmaticamente sul tema delle cause e degli effetti del riscaldamento dell’atmosfera.

Che l’Italia riesca o non riesca a ridurre nella misura necessaria le emissioni di CO2 nei prossimi venti anni –  portandole a meno di un quinto di quelle attuali –  può essere considerato un evento marginale da un punto di vista pratico: alla scala globale, le sue emissioni sono, infatti, di scarso rilievo. Ma gran parte dei paesi europei, presi singolarmente, contribuisce, come l’Italia, in modo non essenziale alle emissioni totali di CO2. Anche il Regno Unito, la Germania , la Francia potrebbero, dunque, comportarsi nel modo in cui ci comportiamo noi, da «profittatori»: ignorando l’urgenza e la drammaticità del problema e lasciando che siano gli altri ad agire. Ma non lo stanno facendo, naturalmente. Stanno assumendo, invece, la guida scientifica, culturale e politica dello straordinario processo di trasformazione che si dovrà realizzare nei prossimi due decenni – e che è in atto in molte città, in molte regioni, in molti stati nazionali.

Paesi come la Gran Bretagna e la Germania sono già in una fase di valutazione ex-post delle politiche ambientali che hanno avviato alla fine degli anni Novanta. Ad esempio, nel campo fondamentale della sostenibilità ambientale delle città, nelle quali vive circa il 70% della popolazione dell’Unione Europea, hanno compiuto progressi molto rilevanti. In Gran Bretagna e in Germania gli obiettivi della densificazione dei sistemi insediativi, della riduzione del consumo energetico degli edifici, della diminuzione della mobilità in auto e dell’aumento degli spostamenti a piedi e in bicicletta e con mezzi di trasporto pubblico sono, dalla fine degli anni Novanta, il riferimento obbligato nelle pratiche di pianificazione delle città. Mentre l’Italia continua a seguire una traiettoria di sviluppo spaziale e infrastrutturale che conduce nella direzione opposta a quella verso la quale sarebbe necessario andare – e il ritardo che l’Italia ha accumulato su questo terreno negli ultimi dieci anni rispetto agli altri paesi europei è enorme.

La riduzione delle emissioni di CO2 sta avvenendo in Europa – e nel mondo – per mezzo di politiche che si fondano su una scelta volontaria: nessun vincolo, se non un vincolo morale, costringe gli stati nazionali a prendere in considerazione gli effetti del processo economico sul benessere delle generazioni futurenessun obbligo costringe gli stati nazionali ad agire oggi. Si tratta di una scelta volontaria che è diventata un patto, tra stati nazionali, tra regioni, tra città, tra imprese, tra individui. Un patto con il quale i paesi avanzati – e l’Italia ha una tradizione scientifica e culturale, oltre che un sistema economico, che la colloca tra i paesi avanzati – hanno assunto l’impegno morale di farsi paesi guida nella ricerca scientifica, nell’innovazione tecnologica, nei mutamenti istituzionali necessari per fermare i cambiamenti climatici, per modificare lo scenario tragico che attende la terra.

L’Italia sta venendo meno a un impegno che ha assunto volontariamente e che, inoltre, gli è imposto dalla sua tradizione scientifica e culturale – oltre che dal suo livello di sviluppo economico. E il fatto che  non stia facendo la sua parte nel fermare i cambiamenti climatici, che non sia una protagonista del cambiamento verso la sostenibilità ambientale lo si dovrebbe cominciare a vivere come un tragico fallimento morale.

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22 novembre 2008

Liberali italiani

pubblicato su la Vita Pubblica

Non mi aspettavo che nel tradurre in italiano “The coscience of a liberal” di Paul Krugman scegliessero come titolo “La coscienza di un liberal” (Editori Laterza, 2008). Non mi aspettavo che un titolo così profondamente crociano come “La coscienza di un liberale” potesse essere considerato, in Italia, non appropriato – tanto da preferire che il termine inglese liberal restasse senza traduzione. Forse nel discorso pubblico italiano, di quel poco di discorso pubblico che resta, si comincia persino a temere di usare le parole che hanno una storia – a temere il pensiero che parole come «liberale» mettono in movimento, costringendoci a una riflessione che vada oltre la superficie.

Paul Krugman conduce nel suo libro – come da alcuni anni nel suo giornalismo – una disciplinata e rigorosa analisi dello «stato delle cose» nella società americana. Prova a mostrare attraverso quali percorsi e in che misura la società americana ha perso negli ultimi 30 anni la sua identità liberale sotto l’influenza delle politiche pubbliche che si richiamano al «movimento conservatore», dopo che esso, a partire da Ronald Reagan, ha conquistato la guida del Partito Repubblicano.  Krugman nel libro declina in poche righe il suo credo liberale e dedica, invece, molte pagine – e molta fatica – a spiegare come e perché la società americana si sia trasformata negli ultimi decenni, in particolare negli anni di presidenza di George W. Bush, fino a diventare irriconoscibile agli occhi di un liberale – e, quindi, irriconoscibile a se stessa (che su un’idea abbastanza precisa di liberalismo aveva costruito la sua identità politica e morale).

Il libro di Krugman – tutto il suo recente lavoro di analista – avrebbe qualcosa da dire ai liberali italiani – e a (quasi) tutti i commentatori e politici, visto che (quasi) tutti loro, oggi, si definiscono «liberali». La lettura del libro di Krugman sarebbe una straordinaria e salutare lezione, perché li costringerebbe ad andare, finalmente, come si aspetta da troppo tempo, oltre Croce e a porsi problemi pratici (dopo essersi attardati troppo a lungo su problemi filosofici).

Sono temi pratici quelli che Paul Krugman nel suo libro svolge riferendosi alla società americana, con il puntiglio e il rigore di un’economista con una coscienza – di un’economista che valuta l’esito del processo economico sulla base di valori che sono esterni al processo economico stesso. Temi pratici che anche i liberali italiani dovrebbero imparare a svolgere, facendo la fatica che certo costa declinarli empiricamente. Ma per decidere di fare la fatica di comprendere lo stato delle cose e per valutarlo da una prospettiva politica riconoscibile ci vuole, appunto, una coscienza: si deve sentire il disagio, l’imbarazzo di sentirsi liberali e vivere in una società illiberale; si deve, poi, credere nelle politiche pubbliche.

Krugman non è alla ricerca nel suo libro di un giudizio definitivo sulla società americana, intende invece dimostrare tema per tema, punto per punto l’esito nefasto delle politiche attuate dal Partito Repubblicano negli ultimi trenta anni. Intende poi dimostrare che c’erano altre strade, altre politiche, che ci sono ancora altre strade, altre politiche. Non è il suo credo liberale a rendere interessante il suo libro, ad avere richiamato tanta attenzione sul suo lavoro di analista, bensì il rigore e l’estensione delle sue riflessioni, la loro trasparenza, il loro carattere concreto, la loro falsificabilità. In definitiva, il suo sostanziale e intenso contributo analitico ed empirico al discorso pubblico negli Stati Uniti.

Dirsi liberali significa soltanto dichiarare la propria prospettiva, il proprio punto di vista – poi, viene il resto, e il resto è analisi, pensiero, confronto (e coscienza).

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18 novembre

Scenari accademici

pubblicato su la Vita Pubblica

Non credo che con la legge n. 133/2008 il Governo intendesse ridurre i fondi disponibili per il sistema universitario. Credo, invece, che volesse trasferire parte del bilancio delle università, in misura maggiore di quanto accada oggi, direttamente sui bilanci delle famiglie attraverso un aumento delle tasse universitarie. Credo, inoltre, che il Governo sia partito dall’ipotesi che l’inefficienza degli atenei fosse, in gran parte dei casi, così elevata che per compensare la riduzione del Fondo di funzionamento ordinario (FFO) sarebbe stato necessario un aumento delle tasse universitarie moderato (se gli atenei stessi avessero, appunto, ridotto la loro inefficienza). Il Governo deve avere supposto, inoltre, che l’aumento delle tasse universitarie che si sarebbe verificato come effetto della riduzione del FFO avrebbe stimolato la ricerca di una maggiore efficienza mettendo gli atenei in competizione l’uno con l’altro

La catena causale sopra delineata avrebbe creato un problema di equità, perché l’aumento delle tasse universitarie rende più difficile l’accesso all’università per chi proviene da famiglie a reddito basso. E, puntualmente, è arrivato l’aumento dei fondi per il diritto allo studio (DL. 10/11/2008). In secondo luogo, la riduzione generalizzata del FFO non si configurava come un incentivo efficace. E, puntualmente, è arrivata la differenziazione tra università nella riduzione del FFO.

Difficile negare che si tratti di un’impostazione coerente – coerente, naturalmente, all’interno della prospettiva neo-liberista che in Italia prevale dalla fine degli anni Ottanta. Ma sono ragionamenti da neo-liberisti, appunto, per i quali è tutto così semplice. Per i quali è sempre e solo una questione di efficienza (e di mercati che la garantiscono). Ma a una riflessione più attenta questa impostazione è solo ideologia – perché le catene causali proposte non sono realistiche: non si verificano se non sotto condizioni che non sussistono o che non si intende (o non si possono) determinare.

In effetti, si possono costruire altri scenari, come conseguenza dei recenti interventi sul sistema universitario, oltre a quello che assegnerebbe un significato alle politiche del Governo. Il primo è che tutti (o gran parte degli) atenei scelgano la riduzione della qualità/quantità della formazione (e della ricerca) come conseguenza della riduzione del FFO – e, probabilmente, senza neanche diventare più efficienti. Il secondo scenario è che tutti (o gran parte degli) atenei riescano a far accettare un aumento delle tasse universitarie alla società locale – oramai il riferimento territoriale prevalente o esclusivo delle loro attività di formazione – senza che vi sia un aumento dell’efficienza o della qualità/quantità dei servizi offerti.

Se si riflette sugli effettivi meccanismi di decisione e controllo degli atenei italiani – lo scenario che ci si può attendere non è quello sul quale il Governo sembra avere basato le sue decisioni. Gli atenei italiani – la gran parte, almeno – sembrano avere meccanismi di adeguamento che li conducono in un'altra direzione: verso una riduzione della qualità/quantità dei servizi offerti. Né la società italiana – famiglie e imprese - sembra pronta ad aumentare gli investimenti in formazione e ricerca. In effetti, il “punto focale” della questione non è l’efficienza, bensì la qualità/quantità della formazione e della ricerca. Oltre a non incrementare l’efficienza del sistema universitario, gli interventi effettuati ridurranno invece, ancora di più, la qualità/quantità della formazione e della ricerca in Italia. (Perché il problema principale è l’inadeguatezza dei meccanismi di auto-regolazione e auto-organizzazione degli atenei italiani: e il primo passo avrebbe dovuto essere la loro ri-progettazione.).

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SAGGI

Il colore del liberismo

Oltre la crisi fiscale

Gli economisti e la politica

Più radicale della Tassa di Tobin

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Il colore del liberismo

Lo Straniero, n. 94, aprile 2008

Nel loro ultimo libro (Il liberismo è di sinistra, Il Saggiatore, Milano, 2007) Alberto Alesina e Francesco Giavazzi concludono l’introduzione affermando: “Ecco dunque le ragioni di un titolo apparentemente paradossale.”. Evidentemente, nelle 130 pagine del loro testo i due Autori credono di aver dimostrato – a beneficio dell’Italia e dell’Europa, innanzitutto – che “il liberismo è di sinistra”. Scarica l'articolo

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Oltre la crisi fiscale

Lo Straniero, n. 89, novembre 2007

Nel 1992 il Governo italiano (e il Parlamento), con una riduzione delle spese e un aumento delle entrate senza precedenti per intensità nella storia recente, pose fine a una prolungata “crisi fiscale”: pose fine, cioè, a due decenni di spese pubbliche costantemente, esageratamente superiori alle entrate. (...)Scarica l'articolo

Gli economisti e la politica

Lo Straniero, n. 70, aprile 2006

1. C’è stato un tempo in cui gli economisti erano più modesti. Quando lasciavano i loro studi per collaborare alla politica economica si mettevano, in tutta umiltà, a costruire il campo di scelta, collaboravano a identificare le politiche economiche possibili, ne esploravano gli effetti – ed era un compito già difficile. Un compito da scienziati, appunto. Scarica l'articolo

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Più radicale della "tassa di Tobin"

Il Manifesto, 2001

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L'Unione Europea, la Turchia e gli Stati Uniti

Asimmetrie informative

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Città in Italia

Un fallimento morale

Liberali italiani

Scenari accademici